LUCCIOLE

Arrivavano le lucciole…

D’estate, la sera, le donne portavano le sedie fuori dalle case, sullo stretto marciapiede che scivolava giù e andava a morire nella strada di terra battuta. Venivamo tutti dalle campagne, la città era per noi una terra promessa. Ma da lì, dove abitavamo, il suo rumore era ancora molto lontano e così la periferia diventava la rappresentazione nostalgica dei nostri paesi.

Subito dopo cena erano scesi gli uomini, che adesso stavano seduti sui gradini di pietra o appoggiati ai muri delle case. Più tardi sarebbero andati insieme alla vicina osteria per vedere la televisione e bere un bicchiere.

Adesso era l’ora delle donne. Uscivano con le ciabatte ai piedi, i figli più piccoli in braccio e il grembiule ancora umido dei piatti.

Intanto noi assaporavamo il calar della sera che, piano piano, scendeva su questo presepe popolare e ci apprestavamo a mutare i nostri giochi, per camuffarci con la notte… e farla giocare con noi. Via la palla, inghiottita da un androne che ne rimandava l’eco. Via la corda, attorcigliata sotto un masso che ne proiettava l’ombra serpentina. Via i sassi, i soldatini, le figurine di carta… VIA TUTTO… iniziava l’ora DI GIOCARE “A NASCONDINO” CON LA NOTTE. Mentre cercavamo angoli bui, dove acquattarci e scomparire alla vista delle ombre che popolavano l’aria, dalle finestre aperte uscivano i suoni e gli odori della sera. Il sugo per domani… la canzonetta in voga su tutti i juke-boxe… lo sceneggiato radiofonico che si confondeva con le voci della famiglia venuta da poco ad abitare nel caseggiato… e non ancora accettata.

“Litigano dalla mattina alla sera… e poi escono insieme per far vedere che vanno d’accordo!” malignavano le donne, sorridendo nell’ombra, feroci.

A ondate, giungevano anche gli odori della campagna vicina e della vicina Trattoria.

Mamma non scendeva quasi mai. Rimaneva ore ed ore a cucire interminabili cravatte, di ogni foggia e colore, da consegnare in tutta fretta, il giorno dopo, a una ditta “del Centro”. Ma quando veniva giù, non c’era gioco che riuscisse a tenermi legata alla strada.

“MAMMA, ANDIAMO A VEDERE LE LUCCIOLE?”.

Allora, due o tre donne dietro e noi piccoli avanti, si andava verso il sentiero che, uscendo dalla strada principale, portava alla vicina campagna. A mano a mano che ci inoltravamo verso i campi, il cielo diventava più scuro… e più luminoso. Sopra noi imperava un manto nero e palpitante… impreziosito da mille lumini, tremolanti e febbrili.

Procedevamo in silenzio, addentrandoci in quella Cattedrale di stelle con riverente rispetto, intimiditi e inebriati dai mille odori della campagna. Lontano, solo il latrare di un cane annunciava l’ombra scura delle cascine.

Poi, risvegliate dal gorgoglìo di un ruscello che scorreva sotto terra e in quel tratto usciva per guardare il cielo, ARRIVAVANO LE LUCCIOLE. Volteggiavano in un turbinìo elegante e silenzioso, intrecciando voli al suono di una musica che solo i fiori e l’erba e il ruscelletto potevano udire.

Noi… affascinati da quella danza misteriosa, guardavamo rapiti le piccole Fate luminose, che quella notte avrebbero ospitato i nostri sogni.

Più avanti, le donne osservavano mute il carosello luminoso… affidando al volo delle lucciole tutta l’amarezza, la nostalgia e il rimpianto di un Paese lontano.